Lavorare gratis (un meme)

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Se il lettore è un cretino

Ieri pomeriggio c’è stato il Q&A del Guardian, in diretta con Edward Snowden. Ecco qualche domanda dei lettori:

1) Quanti set di documenti da rivelare hai preparato, e se dovesse succederti qualcosa che fine farebbero?
2) Con le tue dichiarazioni su Bradley Manning, stai forse suggerendo che il soldato americano abbia dato documenti a Wikileaks senza preoccuparsi delle conseguenze, e che intendeva nuocere alle persone?
3) Hai mentito sul tuo salario? Nelle tue dichiarazioni hai affermato che era di 200mila dollari, mentre secondo i tuoi ex datori di lavoro ammontava a 122mila.
4) Perché hai aspettato a far uscire i documenti, quando hai dichiarato di volerlo fare sin da prima che Obama diventasse presidente?
5) C’è chi sostiene che hai fornito informazioni classificate al governo cinese in cambio dell’asilo politico. L’hai fatto o intendi farlo in futuro?

Ascoltandolo la prima cosa che mi sono chiesto, oziosamente, è quanti giornalisti (non lettori, giornalisti) italiani gli avrebbero fatto domande del genere? Non chiacchiere sui massimi sistemi, ma richieste secche, informate, nel merito.

La risposta non la scrivo.

(Il post è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.)

Data journalism e no

Linkiesta ha pubblicato ieri una mappa interattiva che ho realizzato per ricordare le vittime italiane in Afghanistan. Nell’occhiello (ovviamente deciso in redazione) c’è però un equivoco: “data journalism e guerra”. Ecco, per dire: quello non è data journalism, ma solo una semplice infografica.

Lo segnalo perché secondo me nell’ambiente c’è un equivoco che si sta diffondendo: il punto però è che il data journalism si fa con Excel, non con le mappette carine, e serve per fare inchieste.

Il data journalism costa. Richiede tempo, impegno, e risorse. Trattare i pezzi di questo tipo come il 99% degli articoli comuni (cioè in gran parte copiati dai comunicati stampa) è miope, e non serve essere un genio per capirlo.

Il data journalism serve per fare giornalismo di qualità. E se fatto bene i clic arrivano, come mostrano i casi più famosi.

Cose banali, tutto sommato, e che chi ha iniziato a occuparsene conosce benissimo. Temo invece che la voce non sia arrivata ai piani alti. Poi però non vengano a mendicare soldi pubblici se i giornali non li compra più nessuno, o se i lettori sono stufi di leggere i soliti articoli fotocopia.

South Dakota, monitoraggio civico & io

Pochi giorni fa è stato presentato Monithon, un’iniziativa indipendente (cui ho partecipato) per il monitoraggio civico dei progetti UE in Italia. Non si è capito nulla? Perfetto, era fatto apposta per continuare a farvi leggere.

Era una notte buia e tempestosa nelle praterie del South Dakota… No, non è vero. In realtà ero a Perugia per il festival del giornalismo, era il 27 maggio e faceva anche un bel caldo (e ci saranno poi delle praterie in South Dakota? Non ne ho idea, ma faceva atmosfera). Dopo quattro giorni di full immersion in panel esoterici del tipo “the Twitter API for journalists” era arrivato l’evento che mi incuriosiva di più: l’hackathon su open data e accesso.
Come da programma i partecipanti vengono divisi in gruppi che entro fine giornata dovranno produrre… cose (altri dettagli in arrivo). Il sottoscritto, insieme alla prode Cristina Tognaccini, si trova a lavorare con Luigi Reggi, Alice Corona, Andrea Zedda e Chiara Ciociola. Il buon Luigi, nei cinque minuti di tempo libero al giorno che gli restano quando non spamma su Twitter, è responsabile di OpenCoesione, un portale che consente al pubblico di verificare con grande dettaglio come vengono spesi i fondi europei per la coesione.

Si tratta – per dirla con i francesi – di un gran pacco di soldi (quasi 100 miliardi di euro per il 2007-2013), le cui informazioni possono essere utili sia ai cittadini curiosi che vogliono vedere quanto è costata la variante fra Abbiategrasso e Roncobilaccio (nomi di fantasia), sia per i giornalisti, che se dovessero scrivere di tutti gli sprechi di soldi pubblici avrebbero bisogno di un supplemento giornaliero a mo’ di Enciclopedia Britannica.

Ma che c’entra questo con il nostro incontro a Perugia? C’entra, c’entra. Perché Luigi, spiegandoci tutta questa roba, ci racconta che il suo portale viene ancora usato molto meno di quanto dovrebbe. Come invogliare i cittadini a usare questi dati per trasformarli in civic guardian dei fondi europei?
Facciamone una mappa”, è l’idea, “in cui ogni cittadino possa andare a cercare le opere più vicine o importanti, e poi scrivere un report sullo stato dei lavori. Nessuno meglio di chi ci vive accanto può sapere se i fondi vengono spesi bene e in modo efficiente, oppure sprecati senza nessun risultato concreto”. (E – opinione del sottoscritto – può anche essere un modo per riavvicinare i cittadini a quest’Europa che dalla crisi in poi sta perdendo un [bel] po’ di pezzi di strada.)
Decidiamo allora di usare una piattaforma Ushaidi, un progetto open source per realizzare delle crowd map, ovvero mappe in gran parte compilabili dagli utenti. Un esempio è il progetto Strade Sporche, in cui si può segnalare lo stato delle strade italiane in tempo reale: basta una foto – anche direttamente dal cellulare con l’app dedicata per Android o iPhone – e una breve descrizione.

Ci mettiamo sotto a lavorare, e a fine giornata riusciamo a produrre un abbozzo del nostro progetto finale (che insieme agli altri lavori è stato raccontato da Andrea Nelson Mauro qui). Ecco, per non farlo sembrare un understatement preciso che quest’ultima frase di 185 caratteri riassume qualcosa come 10 ore di lavoro consecutive (dai, facciamo 9 per la pausa pizza), e che alla fine avevamo le orecchie che ci fumavano. Va anche detto che è anche stata una delle cose più divertenti che ho fatto negli ultimi tempi (che culo, direte voi. Ma insomma, de gustibus…).
Comunque, nei giorni successivi abbiamo continuato a scremare database (memorabile il momento in cui ho cercato di aprire un file di testo da 1,1 gigabyte e 1 milione e mezzo di righe di excel: fatevelo raccontare dal mio computer, appena esce dal coma), cercare i progetti giusti, importarli nella piattaforma, aggiustare qui, sistemare lì, varie ed eventuali. E il risultato di tutto questo è Monithon, presentato il 29 maggio scorso in un workshop al Forum PA 2013, e ancora abbastanza work in progress. Ma la sostanza c’è (perciò reportate, reportate tutto!).

Last but not least, non posso esimermi dal segnalare la performance della nostra inviata speciale Chiara Ciociola, che al Forum PA si è collegata in diretta streaming da una scuola di Bari per mostrare dal vivo come si fa un report. Sprezzante del pericolo (che in questo caso consisteva soprattutto in una temibile connessione a Internet a singhiozzo) ha spiegato con chiarezza tutto quel che c’era da spiegare, guadagnandosi la stima imperitura degli altri membri del gruppo. Kudos.

Sanguisughe

Oggi Massimo Mantellini segnala un’intervista del Corriere a tal Giovanni Legnini, senatore del PD e nientepopodimenoche sottosegretario all’editoria.

L’esperto Legnini sostiene che:

“Certi pericoli sono evidenti: una quantità rilevante di non-notizie circolano in rete senza verifiche né controlli. Occorre una rigorosa strutturazione della filiera. Per esempio una qualche forma di certificazione dei giornali online. Gli stessi motori di ricerca andranno sollecitati a fornire un contributo al progetto di innovazione del sistema editoriale.
I giornali e le aziende editoriali in genere hanno subito un drastico calo della pubblicità e della contribuzione pubblica. Il mondo della distribuzione è altrettanto in crisi. Chi ha visto accrescere la propria redditività è proprio il comparto dei motori di ricerca. Settore al quale, appunto, occorrerò chiedere un contributo per innovare il sistema. Come lo spiegheremo a tempo debito”.

Grasse risate a parte, mi è tornato in mente un brano che ho letto tempo fa in Abolire la proprietà intellettuale di Michele Boldrin e David K. Levine:

“In un settore giovane e dinamico, pieno di idee e creatività, il monopolio intellettuale non gioca un ruolo utile. Come prova l’esempio del software […] le industrie creative e in grande crescita sono tali perché centinaia e migliaia di imprenditori fiutano delle opportunità di profitto e di conseguenza imitandosi, copiandosi e superandosi producono la crescita travolgente che da sempre caratterizza il decollo di una nuova industria.
È quando le idee che cominciano a scarseggiare e le imprese del settore si ritrovano a lottare per l’accesso a quelle poche buone idee rimaste che alcuni si rivolgono allo Stato – appellandosi alla proprietà intellettuale – per proteggere la loro vecchia e redditizia maniera di fare affari”.

E non solo alla proprietà intellettuale, aggiungo io, ma a tutto quel sottobosco di prebende, sussidi, corporativismi e incentivi che soffoca l’inventore dell’auto perché poi signora-mia-ma-che-fine-faranno-quei-poveretti-che-guidano-le-carrozze-che-son-tanto-belline.