Datagate, 1976

“Più che di un’intervista si trattò di una rissa, esasperata ed esasperante, angosciosa e cattiva, invano vestita coi toni civili della discussione.
Oltre il gioco delle domande e delle risposte, il pretesto del giornalismo, la realtà rendeva entrambi consapevoli dei nostri ruoli opposti e nemici. Lui rappresentava il potere, la piovra invisibile e onnipotente che tutto domina e strozza. Io, la sua vittima.
Lui credeva al diritto di spiare, interferire, corrompere, rovesciar governi, organizzare complotti, uccidere, tenere sotto controllo perfino me: ad esempio registrando le mie telefonate. Io credevo al diritto d’essere lasciata in pace e amministrarmi da sola la libertà che mi spetta.
Così il rancore con cui l’avevo aggredito dicendogli subito che il mio paese non è una sua colonia, una sua repubblica delle banane, presto lo contagiò. (…)
Avvelenata dalla passione e dalla rabbia, la mia voce a volte tremava. La sua invece restava inalterata, controllata, sicura. (…) A un certo punto mi chiesi a chi assomigliasse quest’uomo di ghiaccio che mi faceva soffrire. E la risposta fu facile. Assomigliava a un prete dell’Inquisizione, o a un funzionario del Partito comunista sovietico. Che poi è la stessa cosa.”

(Oriana Fallaci, intervista a William Colby – direttore della CIA.
Washington, marzo 1976)