Chi sono i nuovi padroni del debito pubblico italiano

di Davide Mancino – Linkiesta

Cercare di capire in modo esatto chi detiene il debito pubblico italiano è un’impresa impossibile. La composizione esatta del portafoglio degli investitori cambia infatti ogni giorno in cui i mercati restano aperti.

Eppure conoscere queste informazioni, almeno in termini generali, consente di comprendere almeno due tendenze: chi sta comprando o vendendo debito italiano e quali sono i soggetti più esposti. Se le cose dovessero volgere al peggio (come nel caso di un default) chi ne detiene in quantità maggiore sarebbe nei guai: i soldi investiti nei titoli italiani sono infatti composti (anche) dai risparmi delle famiglie. Il rischio del debito, dunque, si riflette direttamente sui risparmiatori stessi.

Come ha raccontato Linkiesta, il 2012 è stato l’anno della grande fuga degli investitori esteri dal debito italiano, che a fine anno ne controllavano soltanto il 35% contro il 51% del 2011. Un’analisi più dettagliata è stata invece compiuta dalla European Banking Authority, che ha condotto uno studio su parte (3.600 miliardi di Euro) dei debiti sovrani europei per stabilire proprio quali fossero le banche più esposte.

Queste informazioni non consentono di avere un quadro completo del debito pubblico italiano, ma ci sono almeno due conclusioni che saltano all’occhio: il rischio si riflette ormai quasi del tutto sull’Italia stessa e sulle sue banche. Dei quasi 280 miliardi di debito analizzati, 184 sono in mano a istituti di credito del nostro Paese. Seguono le banche francesi (38,6 miliardi), poi quelle tedesche (30,9 miliardi); più indietro ancora il Regno Unito, che possiede 15 miliardi di euro in titoli italiani, e infine la Spagna e l’Olanda (rispettivamente con 4,2 e 3 miliardi). Tutte le altre nazioni europee, nei loro sistemi bancari, detengono quantità di debito poco significative.

Le cose si fanno più interessanti quando si scorre l’elenco banca per banca: cinque importanti istituti italiani risultano tutti nella fascia più a rischio, con esposizioni che superano il 90% in quattro casi (Banco Popolare, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Unione di Banche Italiane), e il 50% in uno (Unicredit). La frammentazione del sistema bancario tedesco ne rende più complessa l’analisi: degli 11 istituti presi in considerazione in Germania, due hanno in pancia più del 16% di titoli italiani, tre viaggiano fra il 5 e il 15, mentre altri sei possono considerarsi praticamente al sicuro.

In Francia la situazione è ancora meno rosea: Crédit Agricole e BNP Paribas, da sole, sono esposte per oltre 25 miliardi: circa un sesto del loro portafoglio totale di titoli sovrani. Va un po’ meglio per le altre due banche francesi analizzate, la cui esposizione comunque varia dal 7,6 al 12,87%. Possono stare più tranquille le banche portoghesi, olandesi o spagnole: solo per il lusitano Banco BPI l’esposizione si aggira sul 13%, mentre appare molto minore in tutti gli altri casi.

I risultati completi dell’analisi sono stati messi a disposizione dal Guardian Data Blog; abbiamo riportato quelli relativi al nostro Paese in una mappa interattiva che mostra, in base ai colori delle nazioni, quanto debito è posseduto dai rispettivi istituti di credito. Le icone delle banche indicano invece il livello di esposizione ai titoli di stato italiani.

Per una navigazione più agevole vi consigliamo di consultare la mappa a schermo intero zoomando sui dettagli che vi interessano di più. Cliccando sulle banche verranno visualizzati informazioni più dettagliate su ciascun istituto.

Vai alla mappa interattiva

Le talpe e l’economia di Repubblica

Food for thought: pochi giorni fa una fonte affidabile mi ha confermato che il sito di Repubblica (economicamente separato dal cartaceo) è in attivo, con i ricavi da pubblicità che coprono i costi.

Avrei giurato che tutte le maggior testate rimpinguassero i rispettivi siti con quanto guadagnano dai cartacei (per il Fatto Quotidiano è così, come ricordava Peter Gomez), e invece no. A questo punto posso immaginare che qualcosa di simile valga anche per il Corriere.

La cosa mi sorprende, soprattutto considerando che i siti delle due corazzate sono ormai dei mostri policefali in cui si trova di tutto. Persino qualche notizia, ogni tanto, e però ben sepolta fra cinema-giornali-affitti-tv-gossip-cucina-vini-motori-lavoro-gattini-donnine. Basta vedere la differenza con il Times (si parva licet) per capire che i modelli economici non potrebbero essere più diversi. Ma quanta differenza – in termini economici – fa l’autorevolezza rispetto alla fiera dei contenuti random?

Sia quel che sia, per spiegare questo risultato economico mi vengono in mente tre cose:

1) Una parte significativa di questo esercito di roba viene generata a costi zero (i soliti stagisti-cattivoni-affamatori-del-popolo-che-lavora-e-ci-ha-la-partita-iva) per cui più ce n’è meglio è. Tanto son tutti clic a sbafo;

2) Un’altra parte dei contenuti viene pagata da chi la produce, ed è a tutti gli effetti pubblicità/promozione/whatever you may call it;

3) La pubblicità vera e propria. Qui la questione è più complicata. Sappiamo che l’advertising in rete rende poco, pochissimo (non sto neanche a linkare fonti, la cosa è ovvia). Anche gestendo siti con milioni di visualizzazioni non è che ci sia da comprare jet e ville con piscina. Ovviamente non ho alcun modo di sapere quanto vengono pagati i pregevoli banner su Repubblica, né starò qui a confutare la tesi secondo cui Repubblica è un giornale autorevolerrimo e che per questo i suoi inserzionisti fanno a schiaffi per comparire. Certo però è possibile che le pubblicità vengano sovrapprezzate, e anche di parecchio. Questo potrebbe spiegare molto, ma in realtà non sarebbe nulla di nuovo. Il classico giochetto del capitalismo all’italiana: you scratch my back, I scratch yours.