Telecom Italia, 15 anni di capitalismo all’italiana

di Davide Mancino – Wired Italia

Dalla privatizzazione del 1997 alla vendita agli spagnoli di Telefonica. Una storia senza soldi e alle spalle dei piccoli azionisti

Quella di Telecom Italia non è solo la storia della più grande azienda italiana di telecomunicazioni. È una storia politica, fatta di manager, spioni, portaborse, ministri e salotti. Una vicenda di potere che ci fa capire come mai, fra le economie europee in crisi, l’Italia è una delle più vulnerabili.

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Telecom Italia

Intellettuali d’Italia (parte II)

Poi si sono messi a discutere fra loro di libri che stavano leggendo o che avevano appena finito di leggere. In realtà era Sasso a condurre la conversazione, con la sua voce senza pause che lavorava a velare di ironia o di malizia o di venerazione letteraria un’enome quantità di nomi e frase e titoli rovesciati tra le sue parole come nobili detriti.

[…]

Si rifaceva con un repertorio quasi illimitato di citazioni e accostamenti e salti all’indietro e giudizi di altri riferiti ad altri, con una capacità innaturale ma molto perfezionata di muoversi in un universo freddo di nomi e titoli e date.
Mi sembrava che alcuni autori lo interessassero più per il loro nome che per quello che avevano scritto: e più erano duri ed estranei a un orecchio mediterraneo, più compiaciuta suonava la sua piccola voce nel pronunciarli.
Giocava a dare per scontato che Polidori avesse con loro la stessa familiarità, e sapeva credo benissimo quando non era così; lo stuzzicava e lo snidava allo scoperto e gli giostrava intorno, con frammenti sempre più oscuri di pagine tra le sue zannette di ratto, reso frenetico dal gusto della rivalsa.

[…]

Sasso era pronto ad attirarlo di nuovo per i corridoi polverosi della sua erudizione; tirava fuori a raffica nuove citazioni in latino e tedesco e greco antico, faceva allusioni o domande a cui Polidori non poteva rispondere senza esporsi in modo pericoloso.

[…]

“Ma è sempre così?”.
“Sempre”, ha detto Polidori, e malgrado tutto c’era una venatura di ammirazione nella sua voce. Ha detto “È da vent’anni che facciamo questi pranzi allucinanti. Ha una gelosia feroce per me, ma mi vuole anche molto bene. È un uomo di grandissima intelligenza, oltre che mostruosamente colto”.
Gli ho detto “Quello si vede”; ma era un tipo di cultura per cui non avevo mai provato molta invidia.

–Andrea De Carlo, Tecniche di seduzione

Intellettuali d’Italia (parte I)

CAPITOLO I
L’IGNORANZA È FORZA

Bispensiero sta a significare la capacità di condividere simultaneamente due opinioni palesemente contraddittorie e di accettarle entrambe. L’intellettuale di Partito sa in quale direzione i suoi ricordi debbono essere alterati: sa quindi perfettamente che sottopone la realtà a un processo di aggiustamento; ma mediante l’esercizio del bispensiero riesce nel contempo a persuadere sestesso che la realtà non è violata.
Il procedimento ha da essere conscio, altrimenti non riuscirebbe a essere condotto a termine con sufficiente precisione, ma deve anche essere inconscio poiché altrimenti non saprebbe andar disgiunto da un senso vago di menzogna e quindi di colpa.

Il bispensiero giace proprio nel cuore del sistema cosiddetto Socing, dal momento che l’atto essenziale del Partito consiste nell’usare un inganno cosciente e nello stesso tempo mantenere una fermezza di proposito che s’allinea con una totale onestà.
Spacciare deliberate menzogne e credervi con purità di cuore, dimenticare ogni avvenimento che è divenuto sconveniente, e quindi, allorché ridiventa necessario, trarlo dall’oblio per tutto quel tempo che abbisogna, negare l’esistenza della realtà obbiettiva e nello stesso tempo trar vantaggio dalla realtà che viene negata… tutto ciò è indispensabile, in modo assoluto.

Persino nell’usare la parola stessa bispensiero occorre mettere in opera il bispensiero stesso, poiché usando la parola si ammette implicitamente che si sta adattando una realtà; con un primo, ingenuo atto di bispensiero tale ammissione viene soppressa, e così all’infinito, con una menzogna che si preoccupa sempre d’arrivar prima della verità.

Insomma, è proprio mediante il bispensiero che il Partito è stato capace (e può continuare ad esserlo, per quanto ne sappiamo, per migliaia d’anni) di arrestare il corso della storia.

–George Orwell, 1984

Se il lettore è un cretino

Ieri pomeriggio c’è stato il Q&A del Guardian, in diretta con Edward Snowden. Ecco qualche domanda dei lettori:

1) Quanti set di documenti da rivelare hai preparato, e se dovesse succederti qualcosa che fine farebbero?
2) Con le tue dichiarazioni su Bradley Manning, stai forse suggerendo che il soldato americano abbia dato documenti a Wikileaks senza preoccuparsi delle conseguenze, e che intendeva nuocere alle persone?
3) Hai mentito sul tuo salario? Nelle tue dichiarazioni hai affermato che era di 200mila dollari, mentre secondo i tuoi ex datori di lavoro ammontava a 122mila.
4) Perché hai aspettato a far uscire i documenti, quando hai dichiarato di volerlo fare sin da prima che Obama diventasse presidente?
5) C’è chi sostiene che hai fornito informazioni classificate al governo cinese in cambio dell’asilo politico. L’hai fatto o intendi farlo in futuro?

Ascoltandolo la prima cosa che mi sono chiesto, oziosamente, è quanti giornalisti (non lettori, giornalisti) italiani gli avrebbero fatto domande del genere? Non chiacchiere sui massimi sistemi, ma richieste secche, informate, nel merito.

La risposta non la scrivo.

(Il post è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.)

Data journalism e no

Linkiesta ha pubblicato ieri una mappa interattiva che ho realizzato per ricordare le vittime italiane in Afghanistan. Nell’occhiello (ovviamente deciso in redazione) c’è però un equivoco: “data journalism e guerra”. Ecco, per dire: quello non è data journalism, ma solo una semplice infografica.

Lo segnalo perché secondo me nell’ambiente c’è un equivoco che si sta diffondendo: il punto però è che il data journalism si fa con Excel, non con le mappette carine, e serve per fare inchieste.

Il data journalism costa. Richiede tempo, impegno, e risorse. Trattare i pezzi di questo tipo come il 99% degli articoli comuni (cioè in gran parte copiati dai comunicati stampa) è miope, e non serve essere un genio per capirlo.

Il data journalism serve per fare giornalismo di qualità. E se fatto bene i clic arrivano, come mostrano i casi più famosi.

Cose banali, tutto sommato, e che chi ha iniziato a occuparsene conosce benissimo. Temo invece che la voce non sia arrivata ai piani alti. Poi però non vengano a mendicare soldi pubblici se i giornali non li compra più nessuno, o se i lettori sono stufi di leggere i soliti articoli fotocopia.

Sanguisughe

Oggi Massimo Mantellini segnala un’intervista del Corriere a tal Giovanni Legnini, senatore del PD e nientepopodimenoche sottosegretario all’editoria.

L’esperto Legnini sostiene che:

“Certi pericoli sono evidenti: una quantità rilevante di non-notizie circolano in rete senza verifiche né controlli. Occorre una rigorosa strutturazione della filiera. Per esempio una qualche forma di certificazione dei giornali online. Gli stessi motori di ricerca andranno sollecitati a fornire un contributo al progetto di innovazione del sistema editoriale.
I giornali e le aziende editoriali in genere hanno subito un drastico calo della pubblicità e della contribuzione pubblica. Il mondo della distribuzione è altrettanto in crisi. Chi ha visto accrescere la propria redditività è proprio il comparto dei motori di ricerca. Settore al quale, appunto, occorrerò chiedere un contributo per innovare il sistema. Come lo spiegheremo a tempo debito”.

Grasse risate a parte, mi è tornato in mente un brano che ho letto tempo fa in Abolire la proprietà intellettuale di Michele Boldrin e David K. Levine:

“In un settore giovane e dinamico, pieno di idee e creatività, il monopolio intellettuale non gioca un ruolo utile. Come prova l’esempio del software […] le industrie creative e in grande crescita sono tali perché centinaia e migliaia di imprenditori fiutano delle opportunità di profitto e di conseguenza imitandosi, copiandosi e superandosi producono la crescita travolgente che da sempre caratterizza il decollo di una nuova industria.
È quando le idee che cominciano a scarseggiare e le imprese del settore si ritrovano a lottare per l’accesso a quelle poche buone idee rimaste che alcuni si rivolgono allo Stato – appellandosi alla proprietà intellettuale – per proteggere la loro vecchia e redditizia maniera di fare affari”.

E non solo alla proprietà intellettuale, aggiungo io, ma a tutto quel sottobosco di prebende, sussidi, corporativismi e incentivi che soffoca l’inventore dell’auto perché poi signora-mia-ma-che-fine-faranno-quei-poveretti-che-guidano-le-carrozze-che-son-tanto-belline.