Data Journalism: avanti piano

Due o tre cose a proposito del lavoro di data journalism di Raphael Zanotti, su La Stampa, relativo al femminicidio).

Il buono:

– È data journalism, non c’è dubbio. Il che è già un gran miglioramento rispetto a certe altre robacce. La parola “data” può essere complicata, mi rendo conto, ma tutto sommato non è così difficile: il data journalism si fa con i dati. Ficcare il testo dentro Illustrator e mixarlo con qualche clipart carina non fa neppure un’infografica decente, figurarsi data journalism. Nel lavoro di Zanotti invece i dati ci sono. Sembra un’ovvietà, e invece…
– È la prima volta che vedo Tableau Public su una testata italiana (a parte un lavoro in corso che ancora non avete visto, ma pazientate, ormai manca poco!). Che dire: finalmente. Lo strumento è molto potente, e tutto sommato anche piuttosto facile da usare. Sono sicuro che diventerà presto uno dei più comuni;

Il brutto:

– Zanotti sceglie di riportare i dati in una mappa. Eccola qui:

Mappa

In blu sono segnate le vittime del 2012, in arancione del 2013. Ora, al volo, provate a rispondere a una domanda: in quale anno ce ne sono state di più? A occhio si direbbe il 2012. Ma quanto arancione è nascosto al di sotto? Non c’è modo di saperlo.
Qui salta fuori una delle cose che le mappe fanno peggio: i confronti temporali fra fenomeni. Non che siano impossibili, s’intende, ma richiedono una ulteriore dimensione di variabilità che può consistere, per esempio, in mappe multiple; o come in questo caso nell’uso di colori diversi. L’occhio umano però non è tanto in grado di fare confronti sensati fra colori o aree. E con questa arriviamo al prossimo punto.

– Il grafico più grande, in basso, riporta la correlazione fra età e numero delle vittime in questo modo:

Grafico

Ora: sarò lento io, ma prima di capire esattamente cosa volevano dirmi esattamente queste barre ci ho messo un po’. Come mai vanno dall’azzurro al blu, e una sola è in rosso? Dopo un po’ si capisce, ma perché far fare al lettore un ulteriore lavoro d’interpretazione? Questo grafico dovrebbe semplificargli la vita; fargli dire all’istante: “Ah, le trentenni sono le più a rischio”, ma non è così.
Per rimediare sarebbe sufficiente aggiungere l’indicatore della variabile anche sull’asse delle Y, e poi (volendo) aggiungere qualche dettaglio per evidenziare ancora di più gli outlier. Questo è uno dei casi in cui applicare il Data-Ink ratio per chiederci: “Ma serve davvero colorare le barre?”

Il cattivo:

– L’ultima volta che ho controllato Tableau indicava che questo lavoro è stato visualizzato meno di 2000 volte. Certo, è appena uscito. Ma come mi raccontava tempo fa un esperto, di solito il 90% delle condivisioni/visualizzazioni avviene nei primi due giorni. Sono tante o poche? Poche, purtroppo; pochissime, per il terzo quotidiano nazionale. Il mio ultimo lavoro su Linkiesta, per esempio, è stato letto quasi 40mila volte (sorry, è l’unico di cui conosco i dati certi), e Linkiesta non ha certo il seguito de La Stampa.
Perché questa differenza? A me l’idea di fondo sembra molto buona (anzi, mi dispiace non averci pensato!). Diamo però un’occhiata a questo:
Pagina

Sono di buon umore, perciò faccio il bravo e i commenti su “La mappa dell’orrore” li lascio a chi legge. La cosa che si vede subito però è la funzione ancillare del pezzo interattivo rispetto all’articolo di cronaca. Si parla di “speciale”, d’accordo. Ma la notizia qual è? Manca anche solo una riga per spiegare il fenomeno o le tendenze mostrate dall’infografica; non c’è nessuna analisi dei dati. Lo vedo spesso anche sul Corriere: succede qualcosa, c’è il pezzo classico e poi, in un angolino, la “mappa”, il “grafico” e così via.

Ma questo non rende giustizia alle potenzialità del data journalism. I testi non sono intrinsecamente superiori alle visualizzazioni (e viceversa). Sono entrambi strumenti per comunicare un’idea, e in un lavoro che si basa sui dati devono essere studiati per lavorare insieme. Le visualizzazioni sono ottime per sintetizzare tante informazioni, ma è molto difficile renderle emotivamente significative come un testo. Gli articoli, per loro natura, sono qualitativi. Quando contengono troppe informazioni si trasformano in (noiosissimi) elenchi.

È un lavoro di sinergia fra le parti, come un orchestra. Se l’armonia è imperfetta il lettore se ne accorge, d’istinto, e reagisce di conseguenza.

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