Aborto, perché la 194 è stata la scelta giusta

di Davide Mancino – Wired Data

L’aborto rimane uno temi dei più controversi a livello politico e sociale, ma qual è il bilancio della sua legalizzazione, a 35 anni dall’entrata in vigore della legge 194 che ha regolamentato l’interruzione volontaria di gravidanza? Fra gli atti medici, questo è l’unico regolato da una legge specifica. Tra gli scopi della 194 (oggetto anche di un combattuto referendum nel 1981) c’era lo scopo di contrastare la pericolosa epidemia di aborti clandestini. Molto ha fatto la crescente consapevolezza da parte delle donne, ma almeno da questo punto di vista i numeri parlano chiaro: la legalizzazione è stata la scelta giusta.

Il seguito è su Wired Data qui.

194

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Come sta la Ricerca in Italia? Diamo i voti agli atenei

di Davide Mancino – Linkiesta

Centottantacinquemila fra articoli scientifici, atti di conferenze, estratti da libri, brevetti; 450 esperti e 14mila revisori esterni. Sono i numeri della Valutazione della Qualità della Ricerca 2004-2010, un progetto dell’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) che ha provato a rispondere a domande semplici ma importanti: qual è il livello della ricerca in Italia? E i fondi assegnati per questo compito vengono spesi bene o male?

Valutare la qualità della ricerca è un compito tutt’altro che banale: chi decide cosa va bene, e in base a quali criteri? E perché proprio quelli e non altri? Opera difficile, certo, e insieme fondamentale. La buona ricerca è uno dei pilastri per la crescita, ma per trovare la buona ricerca la si deve distinguere dalla quella mediocre. Non c’è altro modo: solo così può essere premiata e incentivata; serve dunque un sistema di valutazione. Questo è il senso del lavoro portato avanti dall’Anvur che nel 2011, dopo cinque anni di preparazione, ha cominciato ad analizzare sistematicamente 91 università, 21 enti o istituti di ricerca e 17 consorzi inter-universitari in 14 diverse aree scientifiche: dall’economia alle scienze politiche, passando per fisica, chimica e biologia.

I risultati, resi pubblici, sono stati ottenuti con metodi diversi a seconda delle diverse aree scientifiche. Nelle scienze naturali i valutatori hanno usato soprattutto criteri bibliometrici – cercando cioè di capire qual è l’impatto di un certo lavoro sulle altre pubblicazioni – mentre nelle scienze sociali si è fatto ricorso soltanto alla peer review. Gli istituti sono anche stati suddivisi in grandi, medi e piccoli, e confronti sensati possono essere effettuati soltanto all’interno della stessa classe e disciplina. Un lavoro enorme, che però si è trascinato anche un carico di critiche e polemiche. Era naturale: gli istituti che ne escono meglio non hanno atteso un secondo, prima di presentare con orgoglio i propri risultati.

D’altro canto non manca chi critica il lavoro sotto diversi punti di vista: esprime forti dubbi, per esempio, il gruppo Roars. Sia sullo stesso metodo d’indagine, giudicato insufficiente a fornire un quadro veritiero dello stato della ricerca italiana, ma persino sulla presentazione dei risultati al pubblico, per la quale sono piovute accuse di poca chiarezza e persino di “alterazioni” nelle classifiche delle migliori università. Accuse cui l’ANVUR ha replicato spiegando le discrepanze con l’uso di diversi criteri di misura.

Intanto però i dati ci sono, e per capire se hanno senso non resta che guardarli direttamente. Per questo abbiamo raccolto quelli relativi alle università in un’infografica interattiva. In essa potete cercare l’istituto o l’area disciplinare che vi interessa, consultando per ognuno la valutazione su tre aspetti differenti: “voto” generale, capacità di promuovere il merito e produzione di lavori d’eccellenza.

ig

No, idea non si cambia (quasi) mai

Persuasione 101. Daniela Ovadia, in un bel post sul suo blog ne Le Scienze, spiega come mai è così difficile far cambiare idea alle persone. Puoi avere dalla tua tutti i fatti e le statistiche di questo mondo, ma non è detto che ti serviranno. Ecco perché:

“Quanto sta accadendo in Italia nei confronti della scienza, dall’incredibile autorizzazione alla sperimentazione del metodo Stamina alla votazione sulla normativa anti OGM […] mi ha fatto tornare in mente un curioso esperimento condotto nel 1954 dallo psicologo Leon Festinger.

Festinger si era unito ai Seekers, una setta di Chicago, creata da una transfuga dei Dianetics che affermava di comunicare con gli alieni. La leader del gruppo, Dorothy Martin, aveva profetizzato la fine del mondo per la notte del 21 dicembre di quell’anno. Solo i seguaci della setta sarebbero stati salvati e trasportati su astronavi aliene verso un mondo migliore. I Seekers ci credevano fermamente, tanto che molti vendettero le loro proprietà e si licenziarono, aspettando tutti insieme il trasporto stellare che, ovviamente, non avvenne. Festinger era lì con loro, con l’intento di comprendere che cosa accade quando si dimostra a un individuo, con prove concrete, che ciò in cui crede è falso.

La reazione fu inaspettata: dopo qualche ora di smarrimento, arrivò qualcuno con un messaggio dagli alieni. Il mondo era stato salvato grazie alla forza spirituale del gruppo. Da quel momento in poi, racconta Festinger in When Profecy Fails (un superclassico della psicologia sociale), i Seekers, che inizialmente non facevano proselitismo, si lanciarono in una frenetica attività direclutamento di nuovi adepti, ancora più rafforzati nel credo malgrado la prova della sua fallacia fosse davanti ai loro occhi.”

E il punto è che:

“Dopo Festinger, molti studi di psicologia e neuroscienze hanno dimostrato che i nostri convincimenti preesistenti sono molto più tenaci di qualsiasi dimostrazione scientifica o persino di qualsiasi fatto che avviene davanti ai nostri occhi e ciò sia quando cerchiamo prove a sostegno sia quando cerchiamo smentite.

È il cosiddetto “ragionamento motivato” che spiega perché le opinioni comuni riguardo alle questioni scientifiche sono così estremizzate. Il libro di Mooney è pieno di resoconti di esperimenti interessanti che dimostrano, anche alla luce delle neuroscienze, che siamo tutt’altro che esseri razionali.

Giudichiamo principalmente con le emozioni e sulla base di pregiudizi: questo perché avere già una “giudizio preconfezionato” sulle cose è un vantaggio evolutivo (almeno secondo alcuni scienziati come Arthur Lupia, che studia le opinioni in politica , secondo il quale applichiamo la strategia del fuggi-o-combatti non solo davanti ai pericoli reali ma anche nei confronti di dati e opinioni, quindi abbiamo bisogno di capire in fretta che cosa pensare di un determinato argomento).”

Per concludere poi così:

“È interessante notare che anche una eccessiva fiducia nei risultati scientifici, e una difficoltà a riconoscere la componente emotiva nei giudizi altrui (e quindi a farsene carico, come individui o come società) rientra perfettamente nel novero dei “pregiudizi”.”

Non poteva essere più chiara.